Personal branding: errori da evitare

Personal branding: errori da evitare

Il mondo della Rete al giorno d’oggi purtroppo pullula di hater, ma per chi cura la propria immagine è di fondamentale importanza evitare di cadere nelle provocazioni e fare in modo che il proprio brand non venga scalfito dai tentativi di comprometterne il prestigio. I post pieni di rancore pubblicati su Facebook o le reazioni spropositate agli insulti che si ricevono su Instagram sono errori che non ci si può permettere di commettere, e non solo perché così facendo non si fa altro che alimentare i troll. Gli attaccabrighe vanno lasciati nel proprio brodo, mentre è uno sbaglio quello di rispondere loro per le rime: insomma, è vietato scendere al loro livello, il che vuol dire che ogni tanto si deve imparare a mordersi la lingua, costi quello che costi. 

Come comportarsi con gli hater

Oscar Wilde non conosceva né Facebook né gli altri social network, eppure aveva già previsto tutto quando sosteneva che non si dovrebbe mai discutere con un idiota, perché prima si finirebbe al suo livello, e poi si sarebbe sconfitti dalla sua esperienza. E’ necessario evitare in tutti i modi di alimentare discussioni sui social, anche perché una situazione del genere attira l’attenzione su di sé in modo diverso rispetto a quello voluto. Essere dalla parte della ragione non basta per non correre il rischio di incappare in una pessima figura, e le probabilità di lasciarsi andare a uscite infelici, per quanto involontarie, sono molto alte.

Il brand deve essere gestito sempre in prima persona?

Ci sono professionisti che hanno ben poco tempo per gestire in prima persona i propri canali di comunicazione e i propri profili sui social network, visti i numerosi impegni con cui devono fare i conti. Tale circostanza non è di per sé negativa, e anzi ai livelli più alti è una prassi consolidata quella di rivolgersi a esperti del settore per la gestione del marchio personale. Tuttavia, anche quando si segue una strada simile, è comunque necessario trovare il tempo per intervenire in prima persona il più possibile, per evitare che il brand si trasformi e magari si allontani da quello che era in origine. Insomma, è bene prestare attenzione affinché non si perda il controllo del proprio marchio.

Non ci sono solo i social network

A proposito, vale la pena di ricordare che i social network rappresentano solo una porzione dei diversi strumenti di comunicazione a cui ci si può affidare per la diffusione e la promozione del proprio marchio: concentrarsi unicamente su di essi è un errore che non ci si può permettere di commettere. Insomma, va bene essere attivi su Linkedin, su Twitter e su Facebook, ma il mondo della Rete è molto più esteso e il personal branding vive anche di altro: ecco, allora, che diventa fondamentale curare e aggiornare il proprio sito personale, magari arricchendolo con un blog, senza trascurare il valore delle pubblicazioni in formato cartaceo. E in ogni caso, anche nell’era dell’online, le classiche interazioni faccia a faccia sono meno obsolete di quel che si potrebbe pensare.

La differenza tra il branding e il personal branding

Il brand personale non deve essere mai confuso con quello aziendale, poiché si tratta di due realtà ben distinte: insomma, il personal branding è cosa diversa dal branding. Da un lato c’è il profilo di un individuo, dall’altro lato c’è la pagina di un’impresa: vietato mescolare il marchio del business che si gestisce con quello della propria persona. Che si sia una celebrità, un consulente, un artista, un imprenditore, uno startupper, un dirigente, un promoter, e così via, è bene sottolineare e rimarcare la netta separazione tra sé stessi e la propria azienda. Anche perché un domani potrebbe accadere che si decida di andare a lavorare per un’azienda diversa, e a quel punto sarebbe molto complicato ricostruire da zero il branding personale.

Gli obiettivi da raggiungere

Perché il personal branding abbia successo, è molto importante fissare gli obiettivi – o l’obiettivo – che ci si propone di raggiungere: in caso contrario si naviga a vista, non si conosce la meta da raggiungere e prima o poi si finisce per affondare. Non ha senso cimentarsi in un’attività se ancora non si ha ben chiaro in mente lo scopo da ottenere. C’è chi cura il marchio personale con l’intento di esprimere le proprie opinioni, chi ambisce a diventare un influencer, chi desidera ottenere maggiore visibilità, e così via. Non esistono obiettivi giusti e obiettivi sbagliati, a condizione che questi obiettivi ci siano e siano ben chiari. Altrimenti perché si dovrebbe perdere tempo nel gestire il proprio brand personale? 

La gestione dei follower

Per questo stesso motivo, non ha senso lavorare per incrementare il numero di follower se poi di quei follower non si sa cosa fare. Vale la pena di sapere che il numero di follower, nell’ambito del social media marketing, è ritenuto un vanity metric: di per sé serve a poco, se i follower non vengono sfruttati e se il livello di engagement è molto basso. In altri termini, e ragionando con i numeri, 1.000 utenti che sono coinvolti e seguono attivamente i contenuti di un brand sono più redditizi di 100.000 follower che non interagiscono, non comprano, non condividono i contenuti e non diventano clienti.

La sincerità viene sempre premiata

Non bisogna mai fingere di essere chi non si è, magari perché si pensa che con un’identità diversa risulterà più semplice raggiungere gli obiettivi auspicati. Non si tratta di assumere l’identità di qualcun altro, ma ci riferiamo alla tentazione di mostrare unicamente il lato migliore di sé: va bene ma a patto che non si esageri, perché più si alza l’asticella e più ci si fa male quando si cade. Le bugie hanno le gambe corte, soprattutto su Internet, ed è per questo che il personal branding non può che fondarsi su un’immagine reale. Tenendo presente che ci vorrà molto tempo per costruirlo. Impegno e sacrifici sono indispensabili: per creare valore per gli utenti occorre ragionare sul lungo periodo. 

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